A strange friendship

scritto da Zaffiro
Scritto Ieri • Pubblicato 23 ore fa • Revisionato 23 ore fa
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Autore del testo Zaffiro

Testo: A strange friendship
di Zaffiro

Nell’angolo di una vecchia soffitta viveva un ragno di nome Arturo. Aveva costruito una tela perfetta, con fili così sottili che persino la luce sembrava aver paura di attraversarli.

Una mattina arrivò una mosca di nome Lidia.

Volava in cerchio, stanca e disorientata, quando rimase impigliata nella tela.

Arturo uscì dal suo nascondiglio.

“Finalmente una colazione degna di questo nome!”

“Colazione? Ma io non sono una colazione! Sono una creatura con dei sogni, dei progetti e un carattere difficile!”

Il ragno si fermò.

“Un carattere difficile?”

“Certamente. E anche un pessimo rapporto con chi mangia senza chiedere il permesso.”

Arturo non aveva mai sentito una preda parlare così. Di solito, le sue vittime si agitavano, supplicavano oppure tacevano. Nessuna aveva mai criticato le sue abitudini alimentari.

“E quali sarebbero i tuoi progetti?” domandò.

“Vedere il mondo. Conoscere altri insetti. Visitare un fiore senza rischiare di diventare il pranzo di qualcuno.”

Il ragno osservò la mosca.

“Dev’essere bello poter volare dove vuoi.”

“E dev’essere bello saper costruire una casa senza doverla comprare.”

Arturo abbassò gli occhi sulle proprie zampe.

Per la prima volta, si sentì meno soddisfatto della sua tela.

Con un gesto inaspettato, liberò Lidia.

La mosca rimase immobile, incredula.

“Perché l’hai fatto?”

“Non lo so. Forse volevo sapere come finisce una conversazione quando nessuno cerca di mangiare l’altro.”

Da quel giorno nacque un’amicizia improbabile.

Lidia tornava ogni mattina e raccontava al ragno ciò che aveva visto: giardini, temporali, finestre illuminate, bambini che rincorrevano farfalle.

Arturo, in cambio, le insegnava a riconoscere i fili invisibili che attraversavano il mondo.

“Non tutte le trappole sono fatte di seta”, le diceva. “Alcune sono costruite con le promesse.”

Lidia rideva.

“Parli come un filosofo.”

“È perché non ho mai avuto nessuno con cui parlare.”

Passarono le settimane.

La soffitta, un tempo silenziosa, si riempì di racconti.

Ma gli altri ragni cominciarono a protestare.

“Stai tradendo la tua natura!” dissero ad Arturo. “Una mosca è una mosca. Prima o poi dovrai mangiarla.”

“E se non volessi?”

“Non esistono amicizie contro natura.”

Arturo rispose:

“Forse è la natura che non ha ancora imparato tutte le possibilità.”

Anche le altre mosche diffidavano di Lidia.

“Ti sta soltanto aspettando”, le dicevano. “Un giorno avrà fame e ti divorerà.”

Lidia non sapeva cosa rispondere. In fondo, Arturo era pur sempre un ragno.

Una mattina, però, trovò la tela distrutta.

Qualcuno aveva strappato i fili e Arturo era scomparso.

Lidia lo cercò per tutta la soffitta, finché lo trovò dietro una trave, ferito e immobile.

“Che cosa ti è successo?”

“Gli altri ragni hanno deciso che non sono più uno di loro.”

“Per colpa mia?”

“Per colpa di ciò che abbiamo dimostrato.”

Lidia gli si avvicinò.

“Che cosa?”

“Che si può conoscere qualcuno prima di decidere che cosa farne.”

La mosca rimase con lui fino a sera.

Poi ebbe un’idea.

Cominciò a raccogliere fili strappati, piccoli frammenti di seta e ragnatele abbandonate. Arturo, lentamente, la aiutò a ricostruire la sua casa.

La nuova tela non era perfetta come la precedente.

Aveva nodi irregolari, aperture insolite e alcuni fili che sembravano messi lì senza alcuna logica.

Eppure resisteva al vento.

Un giorno Lidia domandò:

“Arturo, pensi che saremo amici per sempre?”

Il ragno la guardò a lungo.

“Non posso promettertelo.”

“Perché?”

“Perché ci sono giorni in cui avrò fame. E tu avrai paura. Non voglio mentirti soltanto per farti restare.”

La mosca abbassò le ali.

“Almeno sei sincero.”

“È il minimo che possa offrirti.”

Lidia gli sorrise e volò verso la finestra.

Prima di uscire, si voltò.

“Domani torno.”

Arturo rimase solo nella soffitta.

Per la prima volta, la sua tela non gli sembrò una trappola, ma una casa dalla quale qualcuno poteva andarsene liberamente e nella quale, se lo desiderava, poteva tornare.

Il mattino seguente, Lidia non arrivò.

Arturo aspettò per ore.

Il giorno dopo aspettò ancora.

Passò una settimana.

Poi un mese.

Alla fine, il ragno smise di aspettare e ricominciò a tessere.

Una sera d’autunno, quando ormai aveva quasi dimenticato il rumore delle sue ali, una mosca si posò sul bordo della finestra.

Non era Lidia.

Era più giovane, con le ali rovinate e il volo incerto.

Arturo si avvicinò.

La mosca lo vide e tentò di fuggire, ma rimase impigliata in un filo.

Il ragno si fermò.

Per un istante sentì la fame risvegliarsi.

Poi ricordò una voce che gli chiedeva di vedere il mondo.

Liberò la mosca.

Quella lo fissò, incredula.

“Perché mi lasci andare?”

Arturo tornò lentamente nella sua tela.

“Perché una volta qualcuno mi ha insegnato che non tutto ciò che posso trattenere mi appartiene.”

La mosca si allontanò.

Arturo rimase solo, ma non si sentì sconfitto.

Aveva capito che un’amicizia non si misura dal tempo trascorso insieme, né dalla certezza di ritrovarsi.

Si misura anche da ciò che siamo disposti a cambiare dopo averla conosciuta.

Eppure, quella notte, mentre il vento scuoteva la finestra, Arturo notò qualcosa impigliato in un angolo della tela.

Un piccolo filo azzurro.

Lo riconobbe subito.

Era uno dei fili che Lidia portava sempre attaccati alle ali, raccolti chissà dove durante i suoi voli.

Il ragno lo sfiorò con una zampa.

E per la prima volta da quando era nata la loro amicizia, non si domandò se Lidia sarebbe tornata.

Si domandò soltanto se, nel mondo immenso che lei gli aveva raccontato, esistesse ancora qualcuno capace di ricordarsi di un ragno senza avere paura.
A strange friendship testo di Zaffiro
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